8 marzo

Non celebrazione ma rilancio delle lotte

Il 9 marzo il Senato inizierà la discussione in merito alla legge sull’aborto, mentre durante la settimana ci saranno in quasi tutte le città mobilitazioni dei collettivi femministi, e delle associazioni femminili, in ricorrenza dell’8 marzo. Negli anni bui, prima dell’esplosione del nuovo femminismo, I’8 marzo era diventato sempre più una commemorazione e basta, caratterizzato da discorsi estremamente generici, e dove riuscivano ancora a mobilitare, da qualche parata dell’UDI.

Da un paio di anni I’8 marzo è diventato una giornata di lotta, e nelle mobilitazioni si è visto versare tutte le tematiche del movimento delle donne, dall’aborto alla sessualità, ai problemi del lavoro, alla famiglia, alla pubblicità, all’auto-organizzazione delle donne e così via.

Anche quest’anno I’8 marzo deve diventare una giornata di lotta, tanto più rispetto all’andamento della discussione al Senato sull’aborto, che rischia di peggiorare nettamente una legge che già rispecchia solo parzialmente le esigenze delle masse di donne.

La legge passata alla Camera limita fortemente il diritto della donna a decidere se continuare una gravidanza o no; è formulata in modo estremamente burocratico, rendendo difficile l’accesso all’ospedale, facendo passare la donna da un colloquio ad un altro, rimandando la decisione, dando al medico uno strapotere sull’esistenza della donna stessa.

La legge passata alla Camera rappresenta un adeguamento ai livelli di coscienza non delle donne bensì dei medici: lasciando la possibilità per un medico di dichiararsi obiettore di coscienza non garantisce il diritto delle donne all’aborto; non specificando la necessità di praticare l’aborto seguendo metodi e tecniche avanzate, perpetua l’intervento abortivo come punizione, applicando il metodo del raschiamento, molto più traumatico fisicamente e psichicamente per la donna, avendo rifiutato di permettere la pratica abortiva e in strutture tipo i consultori, con personale paramedico, non fornisce tuttavia nessuna disponibilità di posti letto negli ospedali o nelle cliniche, fatto che sarà aggravato dal disinteresse che la maggioranza dei medici dimostreranno per un intervento che non porta a fare carriera, anzi, data la presa di posizione di molti primari, porterà al blocco della carriera per i pochi medici disposti a praticare l’aborto negli ospedali.

Se poi il Senato accetta I’emendamento accordato tra DC e cattolici della Sinistra indipendente, per cui la donna deve rivolgersi al Consultorio per avviare la sua richiesta per abortire, allora anche quel poco di miglioramento che la legge rappresenta rischia di vanificarsi. A quale consultorio può rivolgersi una donna, se i consultori comunali, previsti dalla legge, e per cui il movimento delle donne si è battuto per due anni, non apriranno per mancanza di fondi, mancanza di personale, grazie al decreto legge Stammati, che prevede tagli massicci alla spesa pubblica, ed il blocco delle assunzioni per i comuni? Ecco l’inghippo – la donna finirà per rivolgersi agli unici consultori che possono aprire perché forniti di fondi privati – i consultori familiari messi in piedi dalla Chiesa e da medici legati al clero, che già si stanno organizzando. Si può ben immaginare dove finirà la richiesta di aborto di una qualsiasi donna che sarà costretta a rivolgersi a questi consultori.

Dove i comuni riusciranno ad aprire qualche consultorio, saranno obbligati ad impiegare l’ex-personale OMNl (notoriamente poco progressista verso le nuove esigenze delle masse di donne) che sarà messo a lavorare nei consultori dopo un corso di “aggiornamento” del tutto insufficiente.

Più che mai è necessaria una mobilitazione del movimento delle donne che metta a fuoco l’importanza del controllo delle donne all’interno dei consultori, in tutte le sue articolazioni, dal rifiuto dei consultori privati, strumenti con cui la Chiesa e la borghesia mantengono il loro potere sulle donne; al diritto del personale non medico e paramedico di partecipare a corsi di formazione per i consultori ed essere utilizzati all’interno degli stessi.

Ma la mobilitazione deve sottolineare aspetti ancor più gravi dell’attuale attacco della borghesia alle conquiste delle donne. Il Decreto legge Stammati toglie il posto di lavoro a ben 100.000 lavoratoti precari utilizzati nei vari servizi sociali comunali, la stragrande maggioranza dei quali sono donne. Riduce qualsiasi discorso sul diritto delle donne ad un posto di lavoro ben presto ad un’impasse: quale posto di lavoro, se le donne tradizionalmente “per indole” sono impiegate proprio nei luoghi che il decreto legge Stammati elimina, quali doposcuola, asili, scuole materne, ecc. e per di più, tutte quelle donne che adesso lavorano soltanto perché sono riuscite a mettere i figli in qualche asilo, o doposcuola, saranno costrette a licenziarsi perché non possono più organizzarsi la vita fra famiglia e lavoro.

Il personale precario negli ospedali sarà ugualmente colpito con conseguenze gravi per la possibilità di poter abortire negli ospedali. E tutto questo con la complicità dei riformisti, che quando si tratta di reagire ad attacchi del genere si guardano bene dal mettere in pericolo il governo delle astensioni.

Invece fanno tanto fumo intorno a questioni, che guarda caso, non cambiano niente rispetto ai rapporti di forza fra classe operaia, donne e classe dominante, come presunti passi avanti nella parità fra i sessi che sarebbero la partecipazione delle donne al servizio militare, formulazioni puramente verbali al livello della legislazione “eliminando” la discriminazione contro le donne; l’aumento dell’età pensionabile delle donne fino a 60 anni in faccia al doppio lavoro che qualsiasi lavoratrice/casalinga svolge, e così via, sempre ripetendo la strada intrapresa con la legge sul diritto di famiglia che ha visto mobilitarsi PCI, UDI, PSI, con imponenti manifestazioni a Roma, per “conquistare” che cosa? Un cambiamento puramente giuridico, formale, che non ha trasformato minimamente la realtà quotidiana di milioni di donne della classe lavoratrici.

L’8 marzo quest’anno può essere l’occasione per dare una prima risposta all’attacco che la borghesia sta portando avanti alla condizione femminile.

L’8 marzo può essere l’occasione in cui riusciamo a fare chiarezza sul fatto che la donna non è una serie di comportamenti stagni quali madre/lavoratrice/utente di servizi sociali/casalinga ma i suoi vari ruoli sono tutti intersecati, inseparabili l’un dall’altro e proprio per questo esigono una risposta complessiva, non parziale, davanti all’attacco del governo delle astensioni.

Mary

(Editoriale in Bandiera Rossa n° 4 – 1977)