Basta con l’unità nazionale!

Dunque, dopo Andreotti, ancora Andreotti ci riprova. I principali settori e partiti della borghesia si sono pronunciati per una rinnovata edizione dell’unità nazionale. Il PCI polemizza duramente con la DC ma i suoi dirigenti precisano subito che esso non muta la sua strategia e la sua politica, quella di una collaborazione tra tutti i partiti dell’arco costituzionale: proprio per questo pretende la sua entrata nel governo. Anche il PSI rivuole un governo unitario.

L’unità nazionale non è altro che la collaborazione sociale e politica tra i partiti che rappresentano la classe operaia (PCI e PSI) e quelli che rappresentano la classe capitalista (DC, PRI, PSDI, ecc.). questo tipo di politica e di governo sono stati realizzati subito dopo le elezioni del 20 giugno, periodo in cui la forza del movimento operaio era la più grande. I padroni e la DC si videro costretti ad associare alla maggioranza di governo il principale partito operaio: il loro scopo era di coinvolgere le forze del movimento operaio organizzato in una politica di austerità, tesa a ridurre i consumi popolari e a rilanciare l’accumulazione capitalista, cioè i profitti. Non avendo la forza di portare un attacco diretto ai lavoratori, ricorrevano a questa collaborazione con le burocrazie operaie perché esse stesse si facessero portatrici nelle fabbriche della politica di austerità e convincessero i lavoratori a fare i sacrifici.

È chiaro a tutti che, se fossero stati solo Andreotti e i suoi soci ad andare nelle fabbriche a predicare i sacrifici, non avrebbero fatto una lunga strada. Altri risultati si sono ottenuti, da quando a predicare questa “esigenza” tra i lavoratori sono andati Lama e altri dirigenti sindacali! Le direzioni del PCI, del PSI e dei sindacati, favorevoli alla politica di unità nazionale, hanno sostenuto che in questo modo si evitava lo scontro frontale coi padroni, che anzi i lavoratori avrebbero ottenuto dei vantaggi, si sarebbero rafforzati, mentre le forze padronali si sarebbero indebolite un po’ alla volta.

La realtà è purtroppo un’altra. Da questa alleanza hanno tratto frutti solo la DC e i padroni, che si sono rafforzati. Essi hanno sottoposto i partiti operai e i sindacati a ricatti sempre più pressanti, ad accettare una serie di misure antipopolari: vari decretoni, aumento delle tariffe, leggi liberticide, abolizione delle festività, licenziamenti, ecc. ecc. Nulla è stato fatto per i giovani, la disoccupazione ha raggiunto cifre record, la miseria del Meridione è aumentata e così anche la disgregazione sociale.

Le masse lavoratrici, con le lotte di questi anni, con il grande spostamento a sinistra nelle elezioni, volevano una svolta radicale: hanno visto invece i loro partiti invischiarsi sempre più nella politica di compromesso e di cedimento alle forze padronali. Si sono venute a creare, a causa della politica del governo, nuove divisioni tra occupati e disoccupati, tra i giovani, gli studenti e la classe operaia. All’interno di quest’ultima esiste ora una certa sfiducia sui propri partiti, sullo stesso sindacato che invece di chiamare a una decisa lotta per contrastare le esigenze padronali non le ha certo ostacolate a sufficienza e, in certi casi, se ne è fatto addirittura portatore. Il risultato di elezioni parziali, soprattutto al Sud, dimostra che settori popolari, dopo la grande speranza, tendono a tornare nella loro apatia o rifluire su posizioni moderate.

La situazione, però, è ancora totalmente aperta. Ogni volta che i sindacati hanno chiamato alla lotta i lavoratori sono scesi massicciamente in campo, e così anche i disoccupati. In occasione dei funerali del compagno del PCI assassinato a Genova, centinaia di migliaia di operai hanno chiesto che il PCI diriga il Paese. La partita è ancora tutta da giocare. Il movimento operaio ha ancora la forza di vincere, di battere l’attacco padronale, di dare una propria soluzione alla crisi. Ma questo non può certo essere realizzato con un nuovo governo di collaborazione di classe, con la DC e con i padroni.

In un governo di unità nazionale starebbero infatti forze che sono lì per difendere gli interessi capitalistici ed altre che rappresentano i lavoratori: due classi opposte dunque, con interessi opposti.

Nel migliore dei casi questo governo sarebbe totalmente paralizzato. Su ogni questione cruciale ci sarebbe la proposta dei partiti borghesi finalizzata a sostenere gli interessi padronali e quella dei partiti operai che devono difendere i lavoratori. Non è un caso che il vecchio governo sia stato a lungo incapace di prendere qualsiasi decisione. Nel peggiore dei casi (e anche questo è avvenuto col governo Andreotti), visto che le forze padronali conservano tutte le leve reali del potere politico ed economico, il PCI e il PSI finirebbero per cedere ai ricatti e accettare provvedimenti antioperai.

Quella che serve al movimento operaio è invece una politica senza compromessi col padronato, di lotta su obiettivi unificanti, di unità delle forze sindacali e politiche.

(in Bandiera Rossa n°3 – 1979)