È morta Evelyn Reed dirigente del SWP, militante femminista e rivoluzionaria

“La nonna del femminismo”, era stata chiamata. Evelyn Reed era, per noi, molto più di questo. Reclutata alla Quarta Internazionale dallo stesso Trotskij, per anni e anni era stata una militante dell’organizzazione marxista rivoluzionaria statunitense, il Partito socialista dei lavoratori (SWP), collaboratrice del Militant e di International Socialist Review, rispettivamente il settimanale e la rivista di quest’organizzazione.

Autrice di valore (L’evoluzione della donna e Problemi della liberazione delle donne sono dei classici del femminismo rivoluzionario), era anche un’attivista militante: le sue battaglie per i diritti delle donne risalgono all’epoca della caccia alle streghe, il maccartismo; negli anni Sessanta fu tra le fondatrici del Movimento nazionale a favore del diritto di aborto (WONAAC).

Si è spenta nel mese di marzo, affetta da cancro.

Di Evelyn Reed presentiamo un testo breve, l’introduzione a un opuscolo, raccolta dei suoi scritti precedenti e di altri del biennio ’68-69. Un testo significativo, per apprezzare la lucida linearità con cui Evelyn Reed argomentava le idee in cui ha creduto e per cui ha lottato per oltre quarant’anni. Un testo che vuol essere ed è semplice, apparentemente senza pretese, perché ha uno scopo: convincere, coinvolgere, unire.


Marxismo e femminismo

Dopo anni di letargo e sottomissione, un numero sempre crescente di donne americane si è svegliato e ha raggiunto i settori radicali neri e studenteschi, nel contestare l’establishment capitalistico. Quest’avanguardia sta reclamando la fine dello status inferiore cui è stato relegato il nostro sesso.

La nuova generazione di donne militanti sottopone le istituzioni e i valori della società odierna ad una critica di fuoco. La sua sfida spazia dalle pratiche discriminatorie contro il sesso femminile sul lavoro alle leggi reazionarie sull’aborto, sostenute dalla Chiesa e dallo Stato.

I gruppi di liberazione delle donne che si sviluppano nel corso di questa lotta per l’uguaglianza stanno seriamente dibattendo i vari problemi di teoria e di azione che si presentano loro. Come gli afro-americani si stanno sforzando di comprendere come e perché sono stati forzati alla schiavitù e come possono liberarsi rapidamente, così queste donne ora ridestatesi vogliono sapere come e perché sono state subordinate al comando dei maschi e che cosa fare in proposito.

Tuttavia, quando vanno in cerca di spiegazioni, scoprono con sgomento quante poche informazioni siano reperibili su questo soggetto. Ci sono varie opere che tracciano il cammino del genere umano, senza distinzioni di sessi, dai primi tempi al presente. Ma dove una ricercatrice può trovare una storia degna di fede dell’evoluzione della donna comune? Questa carenza getta una luce significativa sulle sue stesse domande a proposito dei mutamenti di status sociale delle donne nel corso delle diverse epoche.

La scarsezza di dati su un soggetto di estrema importanza per metà della razza umana non è certo un elemento che possa destare sorpresa. La storia, dalle origini a oggi, è stata scritta in primo luogo dal punto di vista delle classi dominanti e del sesso dominante.

Per questo un ampio resoconto dei contributi delle donne al progresso sociale deve essere ancora scritto. Le reali acquisizioni delle donne nella storia sono state sminuite, sottovalutate, distorte nello stesso modo e in buona parte per le stesse ragioni per cui sono stati nascosti le sofferenze e i successi dei lavoratori e delle minoranze oppresse.

Tutti i settori oppressi, comprese le donne, sono ora costretti a scrivere e riscrivere le loro storie, a farle uscire dall’oscurità e a correggere le falsificazioni. Devono far questo nel vivo della loro lotta di emancipazione e come strumento per questa lotta.

Una esauriente storia del genere umano femminile deve incominciare necessariamente fin dalle origini della società. Il primo stadio dell’epoca umana, lo stadio selvaggio, è – o dovrebbe essere – il campo specifico in cui, tra le scienze, primeggia l’antropologia. L’antropologia è di importanza fondamentale per affrontare, nel senso che indicavo prima, la questione femminile sulla base degli studi di preistoria (detta anche precivilizzazione). Le sue scoperte, correttamente interpretate e intese, possono distruggere molti dei miti e pregiudizi prevalenti a proposito delle donne e possono fornire concreti elementi di aiuto al movimento di liberazione.

Per esempio: nella società precedente la civilizzazione le donne erano economicamente indipendenti e sessualmente libere. Non dipendevano dai mariti, dai padri o da padroni maschi per la loro sopravvivenza: non erano sottomesse e grate per qualsiasi cosa si concedesse loro. Nella loro società comunitaria lavoravano con altre donne e uomini a vantaggio dell’intera comunità e tutto quanto derivava da questo lavoro era distribuito su base di eguaglianza. Secondo le proprie tradizioni, decidevano da sole la condotta della loro vita sessuale. Le donne del mondo arcaico non erano oggetti da dominare, bollare, manipolare o sfruttare. Come produttrici e procreatrici, erano dirigenti riconosciute nella società matriarcale e godevano del più grande onore e rispetto da parte degli uomini.

Tuttavia, quando questi fatti vennero scoperti per la prima volta dai pionieri dell’antropologia, nel secolo scorso, tale rivelazione sulle prime forme di organizzazione sociale offese ed allarmò i guardiani dello status quo: come d’altra parte accade ancora oggi. E sono state le loro obiezioni a dare un diverso indirizzo ai successivi sviluppi dell’antropologia e, allo stesso tempo, hanno contribuito a trattenere e ritardare la produzione di una completa e autentica storia delle donne.

Quest’ostinata resistenza ha ragioni politiche. La scoperta che la donna non è sempre stata il “secondo” sesso, con uno status di oppressione ma che, al contrario, una volta poté manifestare immense capacità creative, sociali e culturali, conteneva pericolose implicazioni… sovversive. Minacciava di minare sia la supremazia maschile sia la dominazione capitalistica. Infatti, se è vero che il sesso femminile ha giocato un ruolo cardinale nella costruzione della primitiva società comunitaria, perché le donne non potrebbero avere un ruolo simile, nel costruire nuove relazioni sociali, a un livello storico più elevato?

Una volta che le donne, frustrate e ribelli, di oggi apprendono che cosa le loro progenitrici hanno saputo fare al tempo loro, e quale influente posizione avevano, sarà difficile ottenere che si contentino di restare nella presente inferiorità. Le militanti dei movimenti di liberazione non solo sarebbero incoraggiate ma, anche, meglio attrezzate per affrontare la lotta per l’abolizione della società capitalistica che le sottomette e per costruire una nuova e migliore società in cui tutti, di entrambi i sessi, siano liberi.

Gli scritti dei fondatori del socialismo scientifico, Marx ed Engels, e dei loro discepoli, vanno in questa direzione. Essi hanno insegnato che l’oppressione e la degradazione inflitte oggi alle donne non sono separabili dallo sfruttamento delle masse lavoratrici da parte dei profittatori capitalisti. Perciò le donne potranno assicurarsi il pieno controllo sulle loro vite e rifoggiare il loro destino solo se agiranno come una forza propria della rivoluzione socialista mondiale.

Questo è il punto di vista degli scritti del mio opuscolo, la maggioranza dei quali già pubblicati. Sono un modesto contributo a un compito gigantesco che spetta alle donne della nostra epoca rivoluzionaria. Facendo la nostra storia presente e futura noi dobbiamo ricostruire la nostra storia passata e non è neanche da dire quanto ciò sia difficile. Nella misura in cui questo risveglio andrà avanti, non ho dubbi che un sempre maggior numero di donne rianalizzerà criticamente la lunga marcia del genere umano, farà nuove scoperte e svilupperà quel che oggi si sa sulla vera storia del nostro sesso.

(Introduzione a Problemi della liberazione della donna – Un’impostazione marxista, 1969)

(in Bandiera Rossa nuova serie n° 1 – 1979)