LA LOTTA PER LE 35 ORE

Il movimento operaio italiano può essere l’avanguardia di una mobilitazione europea

Nell’ultimo periodo nel movimento operaio e sindacale italiano è ripresa la discussione sulla riduzione dell’orario di lavoro come strumento essenziale per fronteggiare l’attacco all’occupazione. Rispetto al passato c’è un mutamento di clima: mentre prima questo obiettivo era indicato nei testi sindacali solo da un punto di vista formale e generico o anche sotto forme che non corrispondono agli interessi dei lavoratori, era ferocemente osteggiato come proposta concreta dalle direzioni sindacali e da larghi settori dei quadri sindacali ed era quindi difeso solo da ristrette minoranze, oggi è presente in tutte le discussioni, viene ripreso anche all’interno della FIOM e della CGIL. Quasi nessuno ormai ha il coraggio di opporvisi frontalmente.

Questo mutamento ha ragioni precise:

  • Quasi tutti i sindacati europei e in particolare l’istanza continentale, la CES, hanno inserito le 35 ore nel loro programma;
  • La campagna elettorale di Mitterrand e le sue dichiarazioni, se pure solo propagandistiche, sulle 35 ore, hanno indotto alla riflessione ampi settori di quadri, soprattutto del PCI;
  • La situazione occupazionale italiana è diventata del tutto insostenibile; centinaia di migliaia di posti sono in pericolo per i processi di ristrutturazione e sotto l’attacco padronale al movimento operaio, dai lavoratori viene una forte spinta a portarvi rimedio con delle misure immediate, concrete e decisive, per l’appunto con la riduzione d’orario a parità di paga;
  • Le altre strade che sono state seguite negli scorsi anni dal sindacato per l’occupazione si sono rivelate fallimentari: quasi nulla si è ottenuto con gli investimenti al Sud; nulla con il cosiddetto nuovo modello produttivo e ancor meno con la politica dell’EUR.

Come è noto, gli investimenti massicci che il padronato ha fatto in questi anni non hanno portato a un aumento dell’occupazione; i processi di ristrutturazione industriale hanno invece creato, nell’ambito del sistema economico capitalista basato sul profitto, una massa di lavoratori che i padroni pretendono eccedenti e quindi da licenziare.

In questa situazione, dunque,  nel movimento sindacale e tra i lavoratori si ridiscute e comincia ad emergere con forza la necessità che i sindacati si battano per le 35 ore, per difendere l’occupazione, per far si che le innovazioni tecnologiche non comportino una ulteriore miseria per i lavoratori, ma permettano un miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro delle masse.

È un obiettivo profondamente unitario, che impedisce le divisioni tra fabbrica e fabbrica, tra coloro che nelle fabbriche possono considerarsi al sicuro e quelli che, essendo in Cassa integrazione si sentono già in procinto di essere licenziati e infine tra gli occupati e i disoccupati. Solo con questo obiettivo si può dare una prospettiva concreta di soluzione ai problemi dei disoccupati e organizzarli; in particolare questo vale per i giovani e per le donne che, come risulta anche dai dati, sono i più colpiti dalla crisi e dalla disoccupazione attuali.

Le direzioni sindacali non hanno mai negato completamente l’obiettivo della riduzione d’orario ma hanno cercato di presentarlo slegato dal problema occupazionale; oppure l’hanno concepito in forme parziali, diluite nel tempo e quindi inefficaci; oppure ancora l’hanno proposto legato alla produttività, all’aumento dell’utilizzazione degli impianti e sotto la forma del 6×6, cioè con proposizioni che non costano ai padroni e che al contrario costituiscono uno svantaggio per i lavoratori.

La riduzione d’orario può invece produrre degli effetti positivi molto ampi solo se è generalizzata, se è introdotta contemporaneamente in tutte le fabbriche e settori. Solo in questo modo infatti si garantirà il mantenimento dei posti di lavoro nelle fabbriche che sono in crisi e vogliono licenziare e se ne produrranno dei nuovi per i disoccupati nelle aziende che ancora tirano.

Per assicurarsi questi effetti occupazionali bisogna contemporaneamente battersi contro ogni tentativo di aumento dei ritemi e contro l’introduzione degli straordinari (è chiaro che la lotta contro gli straordinari necessita di una difesa e di un miglioramento degli attuali livelli salariali, deteriorati negli ultimi anni). Inoltre la riduzione d’orario deve essere secca, cioè deve essere imposta da subito e non diluita in un tempo più o meno imprecisato, cosa che permette ai padroni di riorganizzarsi di modo che essa abbia effetti limitatissimi sull’occupazione.

In ogni caso la battaglia per la riduzione dell’orario presuppone il mantenimento e lo sviluppo del controllo operaio sui tempi, sui carichi di lavoro e sugli organici.

Le argomentazioni che, da più parti esponenti padronali e burocrati del sindacato e dei partiti operai, sono state avanzate contro questo obiettivo non reggono.

La più stupida è quella secondo cui nei periodi di crisi non si può chiedere la riduzione d’orario; al contrario, è soprattutto in periodi di crisi che la classe operaia deve difendere i posti di lavoro e la riduzione d’orario è uno strumento decisivo; la storia del movimento operaio è lì per indicare che proprio in periodi di crisi i lavoratori hanno imposto questo obiettivo.

Per esempio nel primo dopoguerra, quando furono introdotte le 8 ore in molti Paesi; nella Francia del ’36, negli Stati Uniti durante il periodo della grande depressione, quando per la prima volta si arrivò alle 40 ore.

Quel che è decisivo è se i lavoratori hanno la volontà e la determinazione e quindi la forza per imporre questo obiettivo ai padroni che, fin dalla più remota storia del capitalismo, hanno ogni volta gridato alla catastrofe di fronte alla richiesta di ridurre gli orari.

Del tutto falso è l’argomento secondo cui la riduzione d’orario non produrrebbe posti di lavoro: prendiamo l’esempio italiano, questa volta: le 40 ore settimanali conquistate nel ’69, benché introdotte gradualmente nel giro di oltre un anno, hanno comportato, secondo alcuni economisti, un aumento dell’occupazione di 400.000 unità; secondo alcuni sindacalisti di 600.000.

In ogni caso quella riduzione ha fatto si che in Italia il problema della disoccupazione abbia cominciato a porsi in maniera drammatica solo intorno al ’75 e non all’inizio degli anni ’70.

In epoca molto più vicina la mezzora riconquistata dai lavoratori FIAT a partire dal ’78, ha comportato per l’azienda la necessità di assumere subito 2.000 nuovi lavoratori. La cifra indica quali importanti risultati si potrebbero ottenere se in tutta l’industria la giornata di lavoro diventasse di sole 7 ore.

L’argomento che la riduzione d’orario non si può chiedere perché aumenta il costo del lavoro ha un senso se è fatta da Agnelli e soci, che pensano solo ai loro profitti e a sfruttare di più i lavoratori; non ne ha, se viene fatta da un sindacalista. Ogni rivendicazione operaia ovviamente va a scapito dei padroni, ma quel che è in gioco oggi è proprio se devono essere i padroni o i lavoratori a pagare i costi di una crisi la cui responsabilità pesa interamente sulle spalle dei capitalisti.

Negli ultimi anni a pagare, e anche duramente, sono stati i lavoratori che, come indicano i dati, hanno visto non solo una maggiore disoccupazione ma anche uno spostamento di ben  3 punti del reddito nazionale dai salari a vantaggio dei profitti. Non è proprio il caso di continuare su questa strada.

L’operazione più insidiosa contro la lotta per le 35 ore viene oggi da quelle stesse direzioni sindacali che l’accettano dal punto di vista del principio ma che dicono: “Non possiamo chiedere la riduzione solo su scala nazionale, è un problema europeo e quindi dobbiamo aspettare gli altri e le decisioni della CES”. È una vera e propria trappola; in questo modo i burocrati giustificano il loro immobilismo, rinviano di continuo ogni decisione di lotta, contemporaneamente si guardano bene dal prendere iniziative internazionali; in questo modo sabotano la mobilitazione per le 35 ore.

È del tutto falso che non si possa cominciare la lotta su scala nazionale; il movimento operaio italiano ha conservato le forze per farlo e ne ha una necessità urgente; iniziare la lotta è il modo migliore per stimolare gli altri sindacati e la stessa CES a imboccare la via di una reale mobilitazione internazionale.

A un ultimo importante argomento, avanzato soprattutto dai quadri del PCI e della CGIL, voglio rispondere; dicono questi compagni: “La soluzione d’orario non è la soluzione dei mali di fondo di questa società; per risolvere alla radice i problemi occorre una diversa politica economica, occorre una reale programmazione, un piano di investimenti”. Siamo d’accordo che la riduzione d’orario non sia la soluzione di tutti i problemi dei lavoratori e della stessa occupazione; siamo favorevole soprattutto a che la classe operaia estenda il suo controllo sull’insieme dei problemi della fabbrica e che in questo modo trovi la forza e le capacità per avanzare un piano operativo complessivo contro la crisi, per rispondere alle esigenze delle masse (ma questo può essere fatto solo attraverso delle misure radicalmente anticapitaliste come le nazionalizzazioni sotto controllo operaio) e infine pensiamo che sul piano politico tutto ciò comporti uno sbocco politico di classe, un governo PCI-PSI.

Ma per costruire questa alternativa operaia sul piano politico, economico e sociale i lavoratori hanno bisogno di tutta la loro forza, di tutta la loro unità materiale in fabbrica, di tutta la loro organizzazione sindacale. Questa unità, questa forza, questa organizzazione sindacale sono oggi continuamente minacciate e colpite dalle ristrutturazioni, dai licenziamenti, dalla Cassa integrazione, dall’attacco padronale.

L’obiettivo della riduzione d’orario serve proprio a mantenere questa unità e questa organizzazione, a unificare le masse dei disoccupati e degli occupati, cioè unità della classe lavoratrice.

Proprio perché l’attentato alla forza e all’unità della classe operaia è già in corso da tempo, proprio perché l’urgenza di difendere i posti di lavoro non è più rimandabile neppure di un giorno, la lotta per le 35 ore non è il compito del domani, non può essere neppure un obiettivo dilazionabile a rate fino al 1985; deve essere l’obiettivo di lotta di oggi o meglio ancora deve essere l’obiettivo centrale ed unificante dei prossimi contratti di lavoro.

Franco Turigliatto

(in Bandiera Rossa n°22 – 1981)