L’orario di lavoro nella concezione di Marx

Nei Paesi capitalistici avanzati la produttività media del lavoro aumenta annualmente del 5% – 7%; se a questo aumento corrispondesse, come sarebbe logico, una parallela diminuzione delle ore lavorative, nel giro di un decennio, considerato un volume costante di produzione, sarebbe possibile portare l’orario settimanale medio a circa 24 ore. E noi invece vediamo che il padronato cerca di mantenere, da contratto a contratto, gli stessi orari; che ritarda in mille modi l’applicazione delle norme riduttive dell’orario, quando esse siano state conquistate dagli operai; che, con l’imposizione di pesanti straordinari, di recuperi e altri sotterfugi, tenta anzi di prolungare l’orario settimanale (e quindi la media quotidiana di ore lavorate).

Quando, a causa di una crisi, deve ridurre l’attività globale di una azienda, il padrone riduce proporzionalmente i salari, ricorrendo alla cassa integrazione guadagni. Infine, in un mondo che grazie all’aumento della produttività potrebbe progressivamente liberarsi dalla schiavitù del lavoro, l’esistenza della disoccupazione appare chiaramente un controsenso; e tuttavia vediamo anche questo, cioè la tendenza ad aumentare il numero dei disoccupati.

Che accadano questi fatti è fuori di dubbio. Che siano illogici, innaturali, è altrettanto palese. Ma allora, come e possibile che accadano?

La spiegazione più minuziosa di questo processo e delle sue cause viene fornita da Marx, nel I e III volume del Capitale. Qui ci accontenteremo di una spiegazione più sintetica ed elementare: l’operaio, nella prima parte della sua giornata lavorativa (parte che varia, a seconda del livello di sviluppo tecnologico e dei rapporti di forza operai­padroni), crea un valore pari alla somma che gli viene pagata come salarlo dell’intera giornata lavorativa; nella parte restante continua a lavorare gratis e crea quindi un plus-valore che viene incamerato dal padrone.

Se la giornata lavorativa corrispondesse soltanto alla creazione di un valore pari al salario, se cioè fosse composta tutta da lavoro pagato, la diminuzione di orario in corrispondenza di un aumento della produttività sarebbe un fatto naturale e praticamente automatico; nelle condizioni date, invece, l’aumento della produttività causa soltanto una riduzione delle ore in cui l’operaio lavora per sé, a tutto vantaggio delle ore in cui l’operaio lavora gratis per il padrone.

Il padrone poi possiede anche altri mezzi per spostare il rapporto tra le due parti della giornata lavorativa, facendo aumentare la parte che gli interessa: 1. ridurre il salarlo, il cui valore sarà quindi ricostituito dall’operaio in minor tempo; 2. far lavorare più rapidamente l’operaio (anche senza trasformazioni tecnologiche), raggiungendo lo stesso risultato; 3. aumentare la durata della giornata lavorativa: è vero che le ore di straordinario vanno pagate, ma è anche vero che su esse non gravano tutta una serie di contributi che invece pesano sulle ore ordinarie.

Ma c’è anche un altro elemento che porta il padronato a servirsi grandemente degli straordinari: le macchine, oggi, costano moltissimo e in una fabbrica dove 7 operai lavorano 7 ore ciascuno al giorno, ciascuno su una diversa macchina, piuttosto che comprarne un’ottava e assumere un altro operaio che lavori anche lui 7 ore, si preferisce far fare un’ora di straordinario ai 7 operai già occupati; la differenza tra il pagamento di 7 ore straordinarie e un altro salario normale non è grandissima, è però un grandissimo risparmio non aver acquistato l’ottava macchina.

Un ragionamento analogo il padrone lo fa quando stimola il cottimo o lavori comunque incentivati: con questi sistemi egli riesce ad accorciare il tempo di riproduzione del salario e l’incentivo è sempre molto al di sotto del vantaggio che il padrone stesso trae dal prolungamento del tempo di lavoro destinato all’accumulazione di plus-valore. Infine, il lavoro notturno: esso permette uno sfruttamento più integrale degli impianti perché fa fruttare una stessa macchina in continuazione: per raggiungere lo stesso livello produttivo senza il notturno, infatti, il padrone dovrebbe acquistare un maggior numero di macchine.

Da quanto detto finora appare quindi senza difficoltà che orario di lavoro, ritmi, incentivi, innovazioni tecnologiche, straordinari e notturni sono problemi strettamente collegati e che una lotta su uno soltanto di questi punti, non collegata agli altri, potrà anche essere vittoriosa ma i suoi effetti saranno rapidamente neutralizzati dal padrone che ridistribuirà il peso dei vari elementi nell’organizzazione del lavoro, ristabilendo quindi a vantaggio del tempo non pagato la divisione della giornata lavorativa dell’operaio.

Un altro fattore di grandissima importanza è il rapporto occupati-disoccupati; e non soltanto per quanto abbiamo già visto (meglio pagare lo straordinario di un’ora a 7 operai che assumerne uno regolarmente per 7 ore quotidiane), né per quanto è facilmente comprensibile (ritmi più lenti, abolizione del cottimo, uso meno intensivo degli impianti porterebbero alla necessità di assumere per raggiungere la stessa produzione), ma soprattutto perché la presenza di un numero consistente di disoccupati produce una compressione dei salari e quindi impedisce che il tempo di ricostituzione del loro valore sia prolungato.

Naturalmente da ciò discende che qualsiasi battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro, per essere efficace, deve reclamare un’assunzione parallela di operai; e che qualsiasi battaglia contro la disoccupazione deve corrispondere a una richiesta, da parte degli operai occupati, non soltanto della riduzione d’orario a parità di paga intera, ma all’abolizione di straordinari, notturni, cottimi e altri incentivi e all’assoluto divieto di aumento dei ritmi.

Resta da vedere che cosa accadrebbe se gli operai prendessero il potere e potessero quindi organizzare la produzione su criteri più umani, rifiutando il super sfruttamento e soprattutto abolendo il lavoro gratuito, il pluslavoro. Sarebbe possibile giungere rapidamente a una decisa riduzione delle ore di lavoro?

In linea di principio sì; ma verosimilmente ciò accadrebbe con una certa gradualità, perché si darebbe la precedenza ad altri provvedimenti. Infatti il padronato tende ad assumere gli operai giovanissimi e a mandarli in pensione il più tardi possibile (per lo stesso motivo per cui preferisce prolungare la durata del lavoro degli operai occupati piuttosto che assumere disoccupati). Il potere operaio ritarderebbe invece l’entrata in fabbrica a dopo il compimento degli studi medi superiori (18-19 anni di età) e anticiperebbe fortemente l‘età di pensionamento in modo da permettere a ogni individuo di essere libero dal lavoro quando ancora è padrone delle sue forze e non quando è ormai un ferrovecchio destinato alle pantofole e alle panchine dei giardinetti.

Marx dice: «Nella società capitalistica si produce tempo libero per una classe (la borghesia) mediante la trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita delle masse». Primo obiettivo del proletariato sarebbe dunque la liberazione di un numero consistente di anni di vita dal peso del lavoro. Successivamente si potrebbe procedere alla riduzione della singola giornata lavorativa e alla destinazione di forti investimenti per il tempo libero dei lavoratori. Perché una cosa è utilizzare il tempo libero per istupidire la gente, con insipidi programmi televisivi; altra è dare le possibilità di una vera crescita culturale, secondo le preferenze di ciascuno, mettendo a disposizione biblioteche, cineteche e discoteche. Una cosa è sollecitare al massimo il fanatismo per questa o quella squadra di calcio, altra è permettere a tutti la possibilità di praticare lo sport. Una cosa è programmare un filmone di cassetta, altra è consentire a tutti di avere cinepresa, sonorizzatore e proiettore per girare i film che si desiderano. Tempo libero non soltanto dev’essere rifiuto della costrizione, ma dev’essere stimolo alla creazione. E questa attività creativa dell’uomo, dell’operaio, sarà possibile non soltanto scrivendo la parola FINE all’epoca dell’oppressione fisica estenuante della fabbrica, ma stanziando ingenti somme, sottratte alla speculazione, al profitto, alla guerra e indirizzandole al soddisfacimento dei bisogni, dai più elementari ai più elevati.

Scrive ancora Marx nel Capitale: «Come il primitivo deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e riprodurre la sua vita, così deve fare anche l’uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa, il regno delle necessità naturali si espande perché si espandono i suoi bisogni; ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l’uomo socializzato – cioè i produttori associati – regola razionalmente questo ricambio organico con la natura, lo porta sotto il controllo della comunità invece di essere da esso dominato come da forza cieca: essi eseguono il loro compito con il minor possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla loro natura umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità. Condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione della giornata lavorativa».

Dicono i padroni: «Ma siate comprensivi! Questo che chiedete, la riduzione a 36 ore, non è compatibile con il sistema».

Vero, non è compatibile con il sistema basato sul pluslavoro, sullo sfruttamento, sulla frustrazione dei bisogni, sulla disoccupazione.

Ma è proprio questo sistema che vogliamo abbattere!

La lotta per le 36 ore mette in moto una serie di rivendicazioni (sui ritmi, straordinari, cottimi, notturni, ecc.) e impone una serie di strumenti (controllo operaio dei tempi, controllo operaio sugli organici) che possono far crescere decisamente la coscienza operaia sulla necessità di creare uno stato operaio che offra un’altra prospettiva di vita a quella preoccupata, incerta, distruttiva che la società capitalistica ci impone.

Edgardo Pellegrini

(in Bandiera Rossa n°8 – 1972)