L’orario liberato

L’idea di ridurre il tempo di lavoro ha origini remote. Si può infatti affermare che la storia dell’umanità è in buona parte rappresentata dalla lotta degli uomini e delle donne per ridurre il lavoro necessario. In età moderna fu Thomas More che nella sua Utopia del 1516 scrisse che sarebbero state sufficienti 6 ore al giorno di lavoro. Nel secolo successivo, Tommaso Campanella intravide il giusto equilibrio in 4 ore di lavoro giornaliero. Nello stesso secolo, Denis Verais elaborò la formula che successivamente si affermò nelle prime lotte del movimento operaio e cioè la giornata ripartita in tre parti uguali, la prima dedicata al lavoro, la seconda al riposo, la terza allo svago.

Nel XVIII secolo la tesi della riduzione del tempo di lavoro fu sostenuta dall’utopista Claude Gilbert e dal filosofo Helvetius. Nel 1721, scioperarono gli aiutanti sarti di Londra per ridurre l’orario di un’ora, poi, nel 1786, fu la volta dei rilegatori, che scioperarono per ottenere il limite delle 11 ore di lavoro al giorno. Ma è con l’800 che esplode in tutti i paesi la lotta sanguinosa degli operai per strappare un orario di lavoro più giusto, inferiore a quello che era il «normale» orario, delle 14 o 12 ore giornaliere.

Nel 1833, Robert Owen, il socialista inglese fondatore del movimento per le 8 ore, spiegava con queste ragioni il proprio obiettivo: «Perché la durata di lavoro più lunga che la specie umana – tenendo conto del vigore medio e accordando ai deboli il diritto all’esistenza come ai forti – possa affrontare e restare in buona salute, intelligente e felice; perché le scoperte moderne in chimica e nella meccanica sopprimono la necessità di chiedere un più lungo sforzo fisico; perché 8 ore di lavoro e una buona organizzazione del lavoro possono creare una sovrabbondanza per tutti; perché nessuno ha il diritto di esigere dai suoi simili un lavoro più lungo di quanto è necessario in generale alla società, semplicemente allo scopo di arricchirsi facendo molti poveri; perché il vero interesse di ciascuno è che tutti gli esseri umani siano prestanti, intelligenti, contenti e ricchi».

I semplici concetti elaborati da Owen, se confrontati con la desolante «modernità» mercantile dei nostri tempi, ci appaiono di una forza titanica. Le 8 ore per Owen, oltre che un obiettivo rivendicativo, sono soprattutto un modello di organizzazione sociale il cui scopo intrinseco è il perseguimento del benessere per tutti gli individui e non il profitto di pochi. La scienza, la tecnica e l’economia devono essere subordinate al raggiungimento solidale di una migliore qualità della vita per tutte le persone.

Questa rivendicazione delle 8 ore, che dilaga nel movimento operaio nella seconda metà dell’800, ha la sua forza nel carattere morale dell’obiettivo. Non deriva da calcoli sulla produttività o sui tassi di disoccupazione, ma dalla fissazione aprioristica di un limite etico allo sfruttamento. I giuochi intellettuali degli utopisti diventarono una possibilità storica quando milioni di lavoratori in tutto il mondo cominciarono a convincersi che fosse un loro diritto fondamentale avere ogni giorno 8 ore per riposarsi e 8 ore per divertirsi (o per istruirsi, nelle versioni più perbeniste).

Dopo lo sciopero di Chicago del 1° maggio 1886 e la successiva impiccagione dei leaders del movimento, la lotta per le 8 ore divenne, insieme alla data del 1° maggio, l’essenza e l’emblema del movimento di emancipazione della classe operaia.

Nel luglio del 1889 il Congresso di Ginevra della I Internazionale fissò nel 1° maggio la giornata di lotta mondiale per le 8 ore, affermando: «Noi consideriamo la riduzione delle ore di lavoro come la condizione preliminare senza la quale tutti i tentativi ulteriori di miglioramento e di emancipazione falliranno». Per gli anarchici e i socialisti, la riduzione d’orario non poteva essere uno dei tanti obiettivi, ma lo strumento preliminare nella lotta di liberazione dall’oppressione del capitale: senza la conquista di un tempo liberato non ci può essere né miglioramento, né emancipazione.

A un secolo di distanza da quella dichiarazione il movimento operaio rischia di perdere completamente il senso della sua lotta secolare per la riduzione dell’orario di lavoro.

Sicuramente per reimpostare un movimento concreto in questa direzione occorre un processo di emancipazione culturale e politica dal capitale e dalle sue leggi di competitività. Una lotta per la riduzione d’orario è possibile solo se ci si pone da un punto di vista esterno al capitalismo, contrapposto al capitalismo. Dovremmo riscoprire una sorta di «irrazionalità» antagonista da contrapporre alla pretesa «razionalità» dei mercati. Sarebbe possibile, partendo dalle stesse argomentazioni di Owen del 1833, affermare che oggi è ingiusto lavorare per più di 4 ore al giorno? Quali sono i percorsi attraverso i quali la maggioranza dei lavoratori potrebbe giungere alla conclusione che è ingiusto lavorare per più di 4 ore? È probabilmente più complesso per un lavoratore di oggi misurare il proprio sfruttamento rispetto a quello di un secolo fa quando la consapevolezza del troppo e del cattivo lavoro si manifestava in sofferenza per fatica, bisogno di sonno, facilità di ammalarsi, fame ecc…

Oggi tutto questo non è scomparso, ma quando lo sfruttamento colpisce di più la sfera intellettuale e psichica piuttosto che il fisico delle persone, diventa complessa la consapevolezza della propria condizione di oppressione. Il punto di vista culturale diventa decisivo per rilevare coscientemente l’assurdità, e quindi l’oppressione del tempo impiegato nel lavoro. Ma perché questo avvenga occorre che cresca sul piano sociale l’esperienza ed il bisogno di rapporti e attività extra mercantili, che si diffonda una coscienza del senso della propria vita al di là dei ruoli di salariato e di consumatore.

Nel 1930 l’economista john Keynes, che era un socialista moderato, pensava che il progresso economico e tecnologico avrebbe portato dopo 50 anni a lavorare 3 ore al giorno o 15 alla settimana. Oggi i «progressisti» nostrani, con molto sforzo, riescono a immaginare che si possa arrivare alle 35 ore settimanali……. ma solo dopo il 2000.

La riduzione impossibile?

Sergio Bologna nella sua comunicazione al convegno internazionale di Milano del luglio di quest’anno, organizzato da Punto Rosso sulla riduzione d’orario, si dichiara scettico sulla possibilità di una generale riduzione del tempo di lavoro.

Nella sua conclusione afferma che «le riduzioni d’orario possono essere realizzate solo nei settori dove la regolamentazione sindacale ha un peso e la stabilita dell’impiego è relativamente garantita, cioè nel settore pubblico. Nel settore privato la quota maggiore di lavoro è oramai sfuggita a meccanismi di controllo e regolamentazione. Né mi sembra di vedere all’orizzonte una forma stato in grado di regolamentare gli orari di lavoro per legge e di farla rispettare. Dunque togliamoci dalla testa di risolvere la disoccupazione con riduzioni d’orario».

Il punto di vista sviluppato da Sergio Bologna è particolarmente interessante non solo per le argomentazioni sicuramente stimolanti, ma perché la sua critica alla riduzione d’orario si colloca da una visuale di sinistra. Nella sua analisi, Bologna parte dalla tendenza in atto all’allungamento dell’orario di fatto, sia nel segmento centrale del mondo del lavoro che in quello marginale.

A partire dagli anni 80 mentre l’orario contrattuale medio è diminuito di 60 ore, la crescita dello straordinario ha portato un incremento dell’orario effettivamente lavorato di 90 ore.

Il modello di produzione toyotista presuppone un centro, un’impresa-madre che assembla componenti prodotti da un sistema a cerchi concentrici di fornitori e sub-fornitori. Per il settore auto si prevede che tra il 2000 ed il 2010 ben il 70% del prodotto sarà fabbricato all’esterno dell’impresa-madre.

In questa configurazione, sottolinea Sergio Bologna, le possibilità di controllo sugli orari si hanno, nella migliore delle ipotesi, solo nel cuore del sistema, nell’impresa madre e nella rete dei primi fornitori, mentre nella periferia, dove non c’è potere sindacale, l’orario può crescere a dismisura.

Questo è sicuramente quello che sta accadendo, ma perché si affermi definitivamente questo modello occorre, a mio avviso, immaginare una classe operaia del tutto scomposta e frammentata sindacalmente, per l’appunto un sindacato aziendalista di stampo giapponese. Diversamente il modello toyotista è un modello più vulnerabile al conflitto. Un conflitto che partendo da punti periferici è in grado di mettere in crisi il cuore del sistema e, inversamente, estendersi dal centro, simultaneamente, a tutta la periferia. La vulnerabilità del sistema just in time della Fiat è stata messo in luce nell’ultimo periodo dalle lotte della Gallino prima, poi della Eton e infine dallo sciopero dei bisarchisti. Le capacità contrattuali di una realtà anche piccola vengono centuplicate dal potere di collassare l’intero sistema. Gli orari sono fuori controllo in primo luogo per una politica sindacale sbagliata, meno per le capacità intrinseche del sistema di ridurre il potere contrattuale dei lavoratori.

L’altro elemento indicato da Bologna è la crescita del lavoro autonomo, che ha anch’esso comportato un allungamento degli orari di fatto. Nel 1993 erano attive in Italia 2.378.000 imprese individuali e si possono stimare a 1O milioni coloro che vivono nella sfera del lavoro autonomo.

L’esplosione del fenomeno si spiega con la esternalizzazione di servizi prima interni alle imprese, ma anche come effetto della crisi dell’occupazione e dello stato sociale. Ora mentre è vero che risulta impossibile controllare gli orari in questo settore, molto spesso il lavoro autonomo nasconde sottoccupazione e mezzi lavori, per cui non sempre si è di fronte ad un allungamento degli orari. A questo proposito nella relazione della Commissione europea sull’occupazione del ’94, in relazione alle variazioni di orario tra il 1983 ed il 1992 si afferma che: «La metà dei paesi ha registrato un calo della percentuale di lavoratori autonomi di sesso maschile impegnati in orari molto lunghi e otto paesi hanno rilevato una diminuzione nella corrispondente proporzione di donne». Questa considerazione vale anche per il comparto del lavoro marginale e precario indicato da Bologna come una delle altre ragioni di aumento degli orari di lavoro. È vero che nel lavoro irregolare e occasionale è frequente un orario che può arrivare alle 14/15 ore giornaliere, ma questo si alterna a periodi senza lavoro o a orario ridotto. Infatti molti giovani si sottomettono a orari molto lunghi solo in virtù della temporaneità di tale sforzo. Anzi si può dire che alcuni lavori sono precari perché nessuno accetta di impiegarvisi stabilmente.

Il quadro di frammentazione del mercato del lavoro che indica Bologna è il risultato più evidente dell’assenza di una politica di riduzione degli orari di lavoro. È indubbiamente possibile che il grado di contraddizioni accumulate sia tale da rendere oramai impossibile una inversione della tendenza in atto.

Ma che sia ancora possibile o no, c’è un’alternativa ai tentativi di ridurre l’orario di lavoro? Bologna sembra indicare l’alternativa nel salario garantito o in una politica occupazionale interamente sostenuta dallo stato. Senza accettare la contrapposizione tra queste due possibilità e la riduzione d’orario viene comunque da chiedersi come sia possibile avere la forza e la capacità per conquistare le prime due e non la terza…

L’esempio tedesco

«Arbeit macht frei», il lavoro rende liberi, così avevano scritto i nazisti all’ingresso del campo di sterminio di Auschwitz. Sarà forse per l’avversione a quel ricordo agghiacciante che i lavoratori tedeschi si battono da anni, in totale isolamento e risolutamente, per ridurre il proprio lavoro.

Dal 1° ottobre di quest’anno i lavoratori metalmeccanici hanno conquistato le 35 ore settimanali pagate 40. Per difendere questa scadenza dai tentativi di rinvio della loro Confindustria, all’inizio dell’anno hanno organizzato massicci scioperi a scacchiera bloccando intere regioni industriali. Il loro sindacato, la IG Metall, iniziò questa battaglia con il contratto del 1983. Per preparare l’obiettivo delle 35 ore, fece una campagna massiccia nei luoghi di lavoro, con migliaia di assemblee e milioni di fogli di propaganda e opuscoli. Mobilitò i migliori intellettuali della sinistra per vincere la battaglia culturale contro l’opposizione del padronato e del governo.

Quanto ottenuto dall’IG Metall è un fatto straordinario, cambia totalmente il senso della discussione che si è riaperta nella sinistra italiana. Non ragioniamo di un’ipotesi astratta. Non ci si può nascondere dietro una pretesa insostenibilità economica elle 35 ore. I metalmeccanici tedeschi sono lì a dimostrare che le 35 ore sono possibili e che l’obiettivo della riduzione d’orario ha impedito migliaia di espulsioni e licenziamenti, cosa che invece è sistematicamente avvenuta negli altri paesi d’Europa.

Ma l’esperienza tedesca non si ferma alle 35 ore. Il 25 novembre del 1993 tra la Volkswagen e la IG Metall viene firmato un accordo che porta l’orario medio di lavoro da 36 a 28,8 ore settimanali; una riduzione di orario del 20% che comporta una riduzione salariale dell’11/12% ma che non permette l’espulsione di 30.000 eccedenti. Dopo due anni dalla firma dell’accordo, I’IG Metall dichiara che non ha intenzione di risalire all’orario «normale» delle 35 ore. Ed è di nuovo lotta. Il 12 settembre viene raggiunto un nuovo accordo: non passa la richiesta aziendale del sabato lavorativo, l’orario può arrivare fino alle 38,8 ore settimanali ma mediamente non può superare le 28,8 ore, garanzia di assunzione per tutti gli apprendisti, orario ulteriormente ridotto per i lavoratori più anziani con una compensazione pagata dall’azienda pari all’85%, aumenti salariali del 4% (inflazione ai 2,5%), un’una tantum di 1000 DM (1 milione e 130 mila lire circa), aumento del premio annuale di 800 DM, aumento della tredicesima di 105 DM.

Chissà se l’esempio della Volkswagen si tradurrà in fatti concreti nella gestione sindacale delle crisi dell’Alenia e dell’Olivetti?

Recentemente, al Congresso dell’IG Metall, il segretario nazionale Klaus Zwickel ha proposto agli industriali un patto per il lavoro: richiedere per la scadenza contrattuale del’97 un aumento salariale pari al tasso di inflazione; questo in cambio del blocco dei licenziamenti per i prossimi 3 anni, della creazione di 300 mila nuovi posti di lavoro, dell’assunzione di 30 mila disoccupati di lungo periodo, di un aumento del 5% dei posti a disposizione per gli apprendisti.

I giornali e le televisioni italiane hanno colto la palla al balzo. Che ottima ricetta: rinunzia al salario in cambio di posti di lavoro. Peccato che da noi, con gli accordi di luglio e gli aumenti entro i tassi programmati di inflazione, i lavoratori sono costretti a perdere il loro salario gratuitamente, senza nulla in cambio.

Quelli della IG Metall non sono dei rivoluzionari, ma sanno fare i sindacalisti, mentre i nostri leaders sindacali, che non sanno fare i sindacalisti, non riescono ad essere nemmeno dei progressisti decenti.

Orario di guerra

Con il Regio Decreto del 1923, convertito in legge il 17 aprile del 1925, l’orario legale in Italia fu fissato a 48 ore. Il lavoro straordinario fu fissato, oltre le 48 ore, in 2 ore giornaliere per un massimo di 12 ore settimanali, in ogni caso esso deve avere «Carattere meramente saltuario» e deve essere giustificato da eccezionali esigenze tecnico-produttive che non è possibile fronteggiare «attraverso l’assunzione di altri lavoratori».

Per ricorrere al lavoro straordinario il datore di lavoro deve darne comunicazione all’Ispettorato del Lavoro entro 24 ore e se le motivazioni risultassero insufficienti, l’Ispettorato potrebbe ordinarne la cessazione. Per le ore eccedenti le 48 ore le aziende devono versare al Fondo per la disoccupazione una quota pari al 15% della retribuzione relativa. Questa è la normativa tuttora in vigore sull’orario legale: una legge vecchia di 70 anni.

Ma dove sta il problema? Il problema è che se anche gli orari contrattuali sono più corti, in termini di legge lo straordinario inizia solo dopo la quarantottesima ora. Significa che con un orario settimanale di 40 ore si possono lavorare ancora 20 ore in straordinario.

Nel disegno di legge presentato dal governo in accompagnamento alla Finanziaria si proponeva di considerare lavoro straordinario quello eccedente l’orario contrattuale, che significava introdurre il contributo del 15% anche sotto la quarantottesima ora. Ma niente paura, gli strilli della Confindustria hanno trovato animi compassionevoli: il relatore della Commissione del Senato, il progressista Salvatore Cherchi, si appresta a presentare in aula una versione con lo sconto: da 40 a 44 ore un contributo del 5%, tra le 44 e le 48 ore il 10%, e il 15% solo dopo le 48 ore.

Il contributo del 15% non risolve di per sé il problema della riduzione del lavoro straordinario, ma almeno tende a riequilibrare il paradosso della normativa italiana per cui, tutto compreso, lo straordinario costa meno del lavoro ordinario. Ad esempio è inferiore del 12,5% nei metalmeccanici e del 23,4% nei chimici.

Ma non è solo questione di costi, occorre una legge che fissi ad esempio l’orario massimo legale a 48 ore, compreso lo straordinario.

Non tutti sanno che le 48 ore del 1925 furono portare a 40 dalla Legge 203 del 13 gennaio 1938. Successivamente queste disposizioni furono sospese a causa dello scoppio della guerra con la legge 1109 del 16 luglio 1940. La legge di sospensione è tuttora in vigore: sul piano dell’orario legale l’Italia è ancora in guerra.

Raffaello Renzacci

(in Bandiera Rossa n° 56 – 1996)