Antonio Labriola

Nel 1874 supera il concorso alla cattedra di filosofia e pedagogia all’Università di Roma. Si schiera, alle notizie che danno imminente la stipula del Concordato, contro di esso considerando una minaccia per la libertà di pensiero ogni accordo con la Chiesa, temendone l’ingerenza nella vita pubblica italiana. Il 2 marzo 1888, sul giornale Il Messaggero, depreca l’uso della forza pubblica contro le manifestazioni. Vuole che il Partito socialista, che deve nascere ufficialmente con il Congresso di Genova del 14 agosto 1892, sia un partito di operai e non di intellettuali borghesi. Nell’anno accademico 1890-1891 fa lezione sul Manifesto di Marx ed Engels e scrive a quest’ultimo.
Egli vide il marxismo non come una schematizzazione ideologica ed autonoma dalla storia, ma piuttosto come una filosofia autosufficiente per capire la struttura economica della società e le conseguenti relazioni umane. Il marxismo doveva essere inteso come una teoria ‘critica’, nel senso che esso non asserisce verità eterne ed immutabili ed è pronto ad interpretare le contraddizioni sociali secondo le diverse fasi storiche, avendo al centro della sua analisi il lavoro e le condizioni dei lavoratori e dunque la concreta e materiale “prassi” umana. La sua descrizione del marxismo come “filosofia della prassi” verrà ripresa nei Quaderni dal carcere di Gramsci.
Trockij conobbe «con entusiasmo» l’opera di Labriola nel 1898, quand’era detenuto nel carcere di Odessa. Egli scrive nelle sue memorie che «come pochi scrittori latini, Labriola possedeva la dialettica materialistica, se non nella politica, dov’era impacciato, certo nel campo della filosofia della storia». Trockij aggiunge che dopo 30 anni continuava a rimanergli in mente «il ritornello: Le idee non cascano dal cielo”.

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