Speciale: Compagno Rudy Dutschke

Dutschke é morto a Natale: ma lo hanno assassinato tanti anni fa; quando hanno voluto colpire, in lui, l’intera generazione che rappresentava – La manifestazione di Berlino, atto di nascita politica dei giovani del ’68 – La lunga battaglia per riconquistare, nonostante le menomazioni al capo, non solo la vita ma la capacità di pensare e fare politica – Ucciso dal piombo di Springer

Era la mezzanotte fra il 31 Dicembre 1967 e Il primo Gennaio 1968.  Nel  Duomo di Berlino, mentre la gente seguiva la Messa, un giovane salì sul pulpito e si mise a parlare, tra la sorpresa di tutti. Parlava del Vietnam e delle responsabilità dell’imperialismo. Fu subito circondato da preti e chierici che incominciarono a colpirlo  a  mazzate di  candelabro, causandogli diverse ferite al capo. Quel giovane era Rudi Dutschke.

Quattro mesi dopo le ferite alla testa di Rudy sarebbero state ben più gravi: gli avrebbero sparato da distanza ravvicinata, mettendolo fuori gioco per lungo tempo. Ed è probabilmente per quelle ferite, che anche dopo la guarigione clinica continuavano a provocargli malori e capogiri, che Rudy Dutschke, a Natale, è caduto nella sua vasca da bagno, ha picchiato con violenza il capo, è morto.

In quella lontana alba del 1968, Rudy Stava organizzando una grande manifestazione che si sarebbe tenuta a Berlino, nonostante il divieto del borgomastro, il 17 e il 18 di Febbraio, presenti 20.000 giovani da tutta l’Europa.

Quella manifestazione ebbe un eccezionale successo e significato per coloro che stavano per diventare i protagonisti del ’68, la gioventù europea radicalizzata. Mentre ascoltavano le parole di Rudy, di Robin Blackburn , di Gaston Salvadore, di Peter Weiss, di Ernest Mandel e di un rappresentante del FNL del Vietnam del Sud, quei giovani avevano già vissuto le prime cinque settimane travolgenti di un anno travolgente.

Il 12 Gennaio, all’Avana, Fidel Castro aveva pronuncialo un discorso il cui senso fondamentale era: “La rivoluzione cubana non tradirà”, aveva attaccato i fossilizzatori del marxismo, aveva chiesto come mai uomini di Chiesa approdassero alla rivoluzione (Camilo Torres, il prete guerriero caduto nel’66) e come mai nello stesso tempo Paesi che si reclamavano marxisti apparissero sempre di più Chiese. “Spero – aveva aggiunto Fidel – che per queste mie parole non mi scomunicheranno…”.

A Madrid, per la prima volta dopo la formidabile ascesa dei minatori asturiani del’62/63, riapparivano nelle  strade le barricate. Nelle diverse capitali europee, conferenze e dibattiti presentavano Marcelino Dos Santos che annunciava la ripresa su larga scala della lotta mozambicana contro l’imperialismo portoghese. Dalla semisconosciuta Eritrea giungeva notizia che i guerriglieri avevano attaccato Mazarà, a 18 chilometri dalla capitale. Dal carcere di Camiri, in Bolivia, girava per il mondo il testo di autodifesa di Régis Débray, pronunciato di fronte ai carnefici del Che Guevara.

E da Nanterre, una città universitaria che presto si sarebbe fatta conoscere per tutto Il mondo, incominciava lo sciopero degli studenti.

Ma la notizia più esaltante proveniva proprio dal Vietnam. Al Tét, il capodanno lunare, gli americani avevano rotto la tregua e la risposta era stata la più formidabile offensiva mai realizzata dalle forze di liberazione indocinesi dal giorno di Dien Bien Phu.

La manifestazione di Berlino, che aveva in Rudy il rosso il protagonista, diventava cosi l’atto di nascita di una nuova stagione di lotte antimperialiste e anticapitaliste in Europa, che collegavano strettamente la crisi politica, ideologica, sociale del capitalismo europeo e le lotte degli sfruttati e degli oppressi di tutto il mondo. L’atto di nascita di una nuova generazione di militanti rivoluzionari.

Soffocare in embrione questa generazione, ecco l’obiettivo del nemico di classe. La sua campagna antistudentesca,  antigiovanile cercava di impedire che nella breccia  aperta dalla manifestazione di Berlino, dalle mobilitazioni sul Vietnam, dalle occupazioni delle facoltà si lanciassero le masse operaie.

Fu un sottoprodotto di questa campagna l’attentato a Rudy Dutschke.

Era l’11 Aprile. Rudy stava percorrendo in bicicletta il Kurfustendamm, al centro di Berlino Ovest. Tre colpi di pistola alla testa e cadde. L’attentatore era un certo Joseph Bachmann. Non un neofascista, non un agente segreto. Un pittore edile, intossicato dalla campagna di stampa condotta su grande scala dalla catena di giornali Springer.

Era convinto che colpendo l’agitatore avrebbe salvato la Germania, l’Europa, il mondo “libero” dal caos e dal comunismo. Naturalmente non fu cosi.

Rudy aveva allora 28 anni. Studente di sociologia, nel ’61, alla Libera università di Berlino, nella sua formazione marxista aveva sviluppato tendenze antiautoritarie, avvicinandosi a Rosa Luxemburg, ai “consiliari” Goerter e Pannekoek, per poi avvicinarsi alla scuola di Francoforte, a Benjamin e a Marcuse. Dirigente degli SDS, gli studenti del partito socialdemocratico tedesco, aveva sviluppato la battaglia contro Il collaborazionismo del partito e gli SDS, espulsi, erano diventati un punto di riferimento per i giovani in via di radicalizzazione. Pur mantenendo idee e posizioni che rispecchiavano questo suo cammino, non aveva alcuna preclusione settaria e aveva identificato nella Quarta Internazionale un interlocutore importante; e non è quindi un caso se nella manifestazione di Berlino i nostri oratori erano così numerosi e le nostre sezioni avevano fatto il massimo sforzo, in tutto il continente, per assicurarne la riuscita.

Recuperare sulle gravi ferite e successivamente sull’operazione che aveva portato all’asportazione di una parte del cervello non era mai stato facile, per Dutschke. Eppure si era battuto non solo per sopravvivere ma anche per riacquistare le sue capacità intellettuali e politiche.

Sulla via della guarigione, si era trasferito in Gran Bretagna e presto ne era stato espulso, di nuovo come pericoloso agitatore. Nella Germania del Berufsverboten gli era impossibile lavorare. Aveva infine accettato un incarico di assistente universitario nell’università di Aarhus, in Danimarca. Nell’ultimo periodo aveva svolto anche attività in Germania, sostenendo le campagne elettorali degli ecologisti; e contava di ritornare presto nel suo Paese.

Dutschke è stato il simbolo di una generazione coraggiosa e militante, che ha sempre pagato in prima persona e che non è riuscita a portare a coronamento I suoi sforzi per la mancanza di precisi criteri di strategia e di organizzazione, per quel vuoto, dalla memoria storica di molte generazioni di operai e di studenti, dei principi del marxismo rivoluzionario, vuoto operato coscientemente dalle burocrazie staliniste e socialdemoctatiche.

Senza quei principi, senza quella memoria storica, non si può andare oltre un certo limite. Dutschke arrivò al punto più avanzato consentito a chi intraprendeva il duro cammino di allontanamento dal riformismo e di volontà soggettiva di rivoluzione. I colpi di pistola di Joseph Bachmann, piombo nato dal piombo delle rotative di Springer, interruppero anche questo suo percorso. Lo stesso che negli anni successivi avrebbe portato al marxismo rivoluzionario, alla Quarta Internazionale, altri protagonisti come Robin Blackburn e Jean Marie Vincent.

Senza l’attentato, Dutschke non sarebbe automaticamente approdato ai lidi della Quarta Internazionale. Ma sarebbe certamente stato un interlocutore di primo piano, nel dibattito politico e teorico, nell’unità d’azione, nella mobilitazione contro l’imperialismo e contro il capitalismo nel continente e internazionalmente.

Salutando il compagno Rudy Dutschke, identificando la sua morte come un omicidio a effetto ritardato, un colpo in più, e grave, inferto a chi si batte per la rivoluzione socialista, dobbiamo trovare una nuova determinazione nel rapporto non settario, non opportunista con tutta l’area di compagni che si sono staccati dal riformismo, con quelli che se ne staccheranno, senza giungere subito e/o chiaramente al marxismo rivoluzionario. Il terreno dell’iniziativa comune e dell’unità di azione, del confronto non accademico e non ad anatemi ma sui programmi e sui criteri di fondo da usare per programmare l’azione di lotta. La ricerca di un livello di omogeneità che consenta di marciare insieme e che favorisca l’individuazione dei terreni su cui recuperare le lezioni della storia del movimento operaio, delle sue vittorie come delle sue sconfitte.

Quel terreno che, esso solo, può dimostrare che il marxismo rivoluzionario è uno strumento insostituibile e superiore non per investitura divina ma perché consente di aggregare, dì finalizzare, di vincere. E lo consente nel vivo delle lotte che vanno avanti.

(in Bandiera Rossa n°1 – 1980)