TITO: dal primo stalinismo alla pratica dell’autogestione

Era sinceramente devoto alla causa comunista così come la concepiva. Voleva conquistare il potere politico nel suo Paese rovesciando la borghesia. Allo stesso tempo era fanaticamente fedele alla direzione dell’Unione sovietica, che identificava con il comunismo internazionale. La contraddizione irrisolta lo spingeva alla doppiezza e al cinismo.

Quando Stalin dissolse il PC jugoslavo, segnato da una dura lotta di frazioni, Tito accettò nelle sue mani la direzione, per ricostruirlo. Pagò questo regalo con l’approvazione tacita dell’assassinio, in URSS, di alcuni tra i suoi compagni più vicini, tra cui la più prestigiosa figura del comunismo jugoslavo, Vuyovich, già segretario giovanile comunista…

Però non si convertì in un servile lacchè e neppure in un semplice esecutore degli ordini del Kremlino. Quando la Jugoslavia fu invasa dagli eserciti imperiasti tedesco ed italiano nel 1941, Tito si rese conto della decomposizione avanzata dello Stato borghese, dello sbandamento politico della piccola borghesia, dell’ansia degli studenti di farla finita con i torturatori che avevano introdotto nel Paese un barbaro supersfruttamento: se ne rese conto al punto di scatenare una insurrezione antimperialista destinata ad assumere il carattere di un’epopea.

Ciò che all’inizio non era altro che la resistenza armata di alcune migliaia di comunisti, nel giro di anni e anni di eroici combattimenti contro il più potente esercito del mondo si trasformò in un’insurrezione di oltre 300.000 partigiani. Vi si trovò coinvolto l’insieme delle masse lavoratrici. E, al di là dell’incontestabile manipolazione burocratica e dell’uso demagogico di un rozzo nazionalismo, apparve sempre più chiaro il carattere di classe di questa guerra di liberazione.

La sollevazione antimperialista divenne così guerra civile, che divise il Paese città da città, e in ogni città, in due campi irreconciliabilmente opposti: il campo delle classi sfruttatrici e il campo delle classi sfruttate.

In questo modo Tito e il Partito comunista jugoslavo furono i soli, nell’Europa occupata, a conseguire quello che avrebbe dovuto essere l’obiettivo di tutti i comunisti, di tutti i rivoluzionari marxisti: trasformare un movimento di resistenza di massa contro l’oppressione             e il supersfruttamento introdotti dagli occupanti imperialisti in una vera rivoluzione socialista, nella distruzione del potere di classe, della proprietà, dello Stato della borghesia.

Stalin non ci mise molto per accorgersene. Criticò duramente la creazione di brigate proletarie nell’esercito partigiano jugoslavo; criticò il reclutamento massiccio eseguito tra i prigionieri di guerra e i disertori italiani, tedeschi, bulgari, ungheresi: rimproverò a Tito di mettere in pericolo la solidità dell’alleanza con gli imperialisti anglo-ameriani, a causa della sua politica “estremista”.

Ridusse al minimo gli aiuti materiali ai partigiani. Cercò di dar vita a opposizioni più leali al Kremlino in seno alla direzione jugoslava. Impose, appoggiando Roosevelt e Churchill, un compromesso politico temporaneo con la presenza di ministri borghesi in un governo di coalizione e con un referendum sulla questione della monarchia.

Non ne venne a capo. La guerra civile era troppo profonda, la mobilitazione delle masse troppo ampia, il dinamismo rivoluzionario dei partigiani troppo solido per poter ottenere una restaurazione dell’ordine borghese. Dopo il referendum del 1945, ciò che restava dell’ordine borghese fu spazzato via. La proprietà capitalista fu rapidamente liquidata. La rivoluzione socialista trionfò in Jugoslavia. Uno Stato operaio, burocraticamente deformato dalla sua origine, fu costruito nel Paese.

Perciò il conflitto con la burocrazia sovietica divenne inevitabile. Stalin, a suo modo, aveva una logica: un partilo comunista, pur se stalinizzato nell’ideologia e nei metodi, che tuttavia sfuggisse al controllo del Kremlino, era una breccia aperta nell’intero muro di cinta della burocrazia, una breccia nella quale potevano infiltrarsi “mostri” di ogni genere. Tra l’altro, bisognava punire l’eretico. A questo fine fu creato il Kominform. E nel ’48 fu la scomunica. [per approfondire Quarta internazionale, supplemento del 18 luglio 1948]

Nella misura in cui si trovavano investiti di poteri statali, Tito e i comunisti jugoslavi disponevano di una base materiale per resistere vittoriosamente. Furono i primi oppositori che tennero testa a Stalin con successo non solo sul terreno delle idee ma anche su quello del potere.

Nonostante il blocco, nonostante i tentativi di creare moti insurrezionali, nonostante attentati, nonostante l’ammassamento di truppe sovietiche alle frontiere della Jugoslavia, la seconda resistenza jugoslava fu coronata da successo come la prima. Quando Krusciov sbarcò all’aeroporto di Belgrado, nel 1955, chiese pubblicamente scusa per gli insulti e le calunnie lanciati per sette anni contro Tito attraverso la formidabile macchina di propaganda di Mosca. In questo modo concesse al vecchio dirigente jugoslavo una soddisfazione e un trionfo politico senza precedenti nella storia dell’URSS.

Per poter organizzare con successo la sua resistenza contro Stalin – resistenza progressista e che, in una certa maniera, ha aperto ufficialmente la crisi dello stalinismo – Tito e i suoi compagni dovettero dotarsi di una base la più ampia possibile e, allo stesso tempo, di fondamenti teorici che dessero un’ossatura alla via che erano costretti a tentare. A tal fine, fecero macchina indietro sul terreno della collettivizzazione forzata dell’agricoltura e adottarono il sistema dell’autogestione operaia. Il comunismo jugoslavo si identificò con la formula: “Le fabbriche agli operai, la terra ai contadini”.

Il sistema jugoslavo di autogestione operaia è una brillante manifestazione della tendenza della rivoluzione socialista a effettuare, a livello storico, un’opera di autocritica di largo respiro; tendenza che Marx aveva previsto profeticamente nella sua prefazione al Diciotto Brumaio di Luigi Bonaparte. Rappresenta una correzione al sistema di gestione burocratica consolidatosi in URSS sotto la dittatura stalinista. Va detto che non rappresenta altro che una correzione parziale. In primo luogo fu realizzata dall’alto, da un’ala della burocrazia stessa. Le sue modifiche e trasformazioni successive furono, essenzialmente, effettuate per iniziative dall’alto, anche quando l’interazione tra queste iniziative e la pressione dei movimenti in seno alla classe operaia fu progressivamente più sottolineata.

In secondo luogo si scontrò con una contraddizione essenziale. L’autogestione, limitata soltanto all’aspetto economico, addirittura alle singole imprese separatamente, fu ampiamente svuotata della sua potenziale sostanza a causa della sopravvivenza del monopolio politico nelle mani del PC jugoslavo. La burocrazia, indebolita soprattutto sul terreno economico, poté prendersi la rivincita sul piano politico. La tesi di Kardelj, il teorico titista numero uno, per cui i partiti politici sono “sostanzialmente” incompatibili con un sistema di autogestione, non è altro che un sofisma apologetico per giustificare nei fatti un regime che continua ad essere regime a partito unico, anche se il partito si chiama Lega.

Così l’esperienza jugoslava conferma, a negativo, le tesi programmatiche della Quarta Internazionale. Senza un reale potere politico esercitato da consigli operai, democraticamente eletti, non c’è un vero esercizio del potere né economico né politico da parte della classe operaia. Senza un sistema pluripartitico, senza libertà democratiche, reali, per l’insieme dei lavoratori non c’è un vero potere dei consigli operai. Infine, anche sul piano economico i limiti dell’autogestione jugoslava si manifestano rapidamente. La necessità di una centralizzazione delle decisioni economiche è inevitabile all’attuale livello di sviluppo delle forze produttive. I dirigenti jugoslavi respingono una centralizzazione democratica e cosciente realizzata da un congresso di consigli operai che eserciti effettivamente il potere supremo; in altre parole respingono una articolazione dell’autogestione che raggiunga i livelli in cui le decisioni possano essere adottate con efficacia e pienezza. La respingono non per ragioni ideologiche ma perché guardano agli interessi della burocrazia e vogliono – a qualsiasi prezzo – impedire che nelle mani della classe operaia vi sia un potere decisivo. Per un potere che continua ad essere nelle mani della burocrazia, la frammentazione alla base della classe operaia è ancora una precondizione per mantenersi in piedi.

Per questo, la centralizzazione che viene impedita ai livelli più alti si impone dove più dove meno a livello di base, a livello cioè di mercato e di competenze. L’autogestione jugoslava fa suo, sempre più, il mito del “socialismo di mercato” con tutte le sue contraddizioni economiche, politiche e sociali; contraddizioni flagranti che la crisi del 1968/72 portò congiunturalmente al parossismo: esplosione della disoccupazione a livello di massa, ineguaglianza sociale e, dall’altro lato, ritorno all’accumulazione primitiva del capitale nei pori dell’economia socializzata.

Pur essendo un prodotto della burocrazia, pur essendo intorbidita da mille imperfezioni e contraddizioni, l’autogesione jugoslava non cessa però di essere uno stadio avanzato rispetto al sistema di gestione burocratica inaugurato nel l’URSS di Stalin e trapiantato nella maggioranza degli Stati operai. Il suo merito principale consiste nell’assicurare un margine di autodifesa qualitativamente superiore alla classe operaia. Il numero di scioperi, di manifestazioni, di azioni operaie, il margine di democrazia operaia sono qualitativamente superiori in Jugoslavia a quanto accade nella maggioranza degli altri Stati operai. Certo questo margine è ben lontano dall’essere sufficiente: continua ad esistere la repressione politica, molto dura, contro tutte le correnti di opposizione, incluse quelle marxiste e comuniste. Anzi, la repressione si effettua negando cinicamente gli stessi principi dell’autogestione, come è stato fatto nel caso delle misure contro i professori marxisti di filosofia dell’università di Belgrado.

E tuttavia questo margine di democrazia esiste. I lavoratori jugoslavi dicono, con orgoglio, che il loro Paese è l’unico al mondo in cui i direttori non possono licenziare i lavoratori e i lavoratori, loro sì, possono licenziare i direttori. Non è il socialismo, non è neppure la democrazia socialista ma, a conti fatti, come conquista non è una bagatella… Alla sua morte, Tito lascia al PC jugoslavo un potere profondamente turbato proprio per le contraddizioni del sistema di autogestione jugoslavo. Molte forze agiscono in maniera relativamente autonoma. Si manifestano apertamente, perciò, molti appetiti politici e sociali antagonistici. In un Paese multinazionale, l’ampiezza delle diseguaglianze sociali ha portato all’esacerbazione della conflittualità tra nazionalità diverse. La stessa direzione del partito e della burocrazia appare divisa. Solo l’esercito appariva relativamente unito sotto l’autorità bonapartista di Tito.

Scomparso Tito, la tentazione degli uni per accentuare la corrente autonomista e il rischio di vedere gli altri aumentare una risposta centralista potrebbe suscitare interventi stranieri. La burocrazia sovietica e l’imperialismo nordamericano (specialmente a partire dal suo schieramento NATO in Italia) potrebbero cercare di approfittare di una crisi del regime in Jugoslavia per modificare i rapporti di forza nel Mediterraneo.

Inoltre il conflitto tra la classe operaia da un lato e le forze che, dall’altro, tirano i fili della pianificazione e dell’occupazione (in cui sono presenti i germi di tendenze di restaurazione capitalistica) si acutizzerà a causa della scomparsa dell’arbitro supremo.

Per i marxisti jugoslavi, come per il movimento rivoluzionario internazionale, si tratta di comprendere qual è la posta delle battaglie a venire. Bisogna difendere accanitamente le conquiste, difendere lo Stato operaio e l’autogestione contro tutti i loro nemici. Ma bisogna difenderli con i metodi di indipendenza di classe del proletariato, che si inquadrano in una battaglia risoluta per il potere politico ed economico diretto dei consigli operai democraticamente centralizzati, in una battaglia per il completo sviluppo della democrazia proletaria.

Ernest Mandel

(in Bandiera Rossa n° 18 – 1980)